martedì 25 febbraio 2020

OPTOMETRIA: IL PARADOSSO ITALIANO!


MA CHI E' L'OPTOMETRISTA?
La risposta a questa domanda, per poter poi sviluppare l'argomento di questo articolo, la trovate in un precedente articolo del Blog (http://aulo-optometry.blogspot.com/2016/03/chi-e-loptometrista.html).

Una volta chiarito il profilo, almeno nei paesi dove l'optometria è riconosciuta e regolamentata, affrontiamo il "paradosso italiano".

L' On. Celeste D’Arrando, membro della Commissione Affari Sociali, ha inviato una lettera al direttore della Rivista Sanità evidenziando un paradosso che si è venuto a creare per questa professione che di fatto non esiste per la legge italiana ma che sette università italiane prevedono nelle loro proposte formative, laureando ogni anno centinaia di nuovi professionisti.

In sostanza si sottolinea, nella lettera della D'Arrado, questo paradosso e si anticipa un'interrogazione parlamentare dove si chiederanno spiegazioni a riguardo e anche di porre rimedio a questa situazione. Gli accordi europei con la stipula degli accordi sulla libera circolazione delle professioni, all'interno del territorio comunitario, prevedevano anche l'impegno, da parte degli stati membri, di istituire le nuove professioni in modo da facilitare la circolazione dei professionisti (Direttiva 2013/55/UE - recepita con il Decreto legislativo 15 del 28 gennaio 2016...meglio tardi che mai!).


La Corte di Giustizia Europea non riesce a contribuire attivamente all'applicazione delle norme già previste. Le professioni sanitarie sono state, tra le professioni intellettuali, le prime per le quali gli organi della Comunità hanno adottato misure per l'attuazione della libera circolazione. Purtroppo gli stati europei contiunano a mantenere la loro sovranità che permette, nononstante le firme degli accordi e le direttive, di non recepire le richieste europee a costo di pagare multe che graveranno su tutta la comunità.

Nel caso dei professionisti è vero che il presupposto indispensabile, ai fini della libera circolazione - come precisa l'art.57 del Trattato istitutivo - è il reciproco riconoscimento dei titoli di formazione universitaria e di abilitazione all'esercizio dell'attività professionale, ma è anche vero che è richiesta, a sua volta, l'armonizzazione da parte degli Stati membri, delle rispettive legislazioni in materia di percorsi formativi, per quanto concerne contenuti didattici, durata dei corsi, insegnamenti teorici, tirocini pratici e così via.
Questo vuol dire che all'Italia viene chiesto di istituire corsi adeguati per professioni esistenti in Europa e ancora non presenti nel nostro paese. Ma le università, con la loro visione sicuramente meno lobbistica e protezionista, si sono già adeguate, come dicevamo, ma questo non è sufficiente. Infatti le professioni necessitano di un inquadramento giuridico che impedisca abusi e garantisca ai professionisti i propri diritti, stabilisca i percorsi formativi, determini gli ambiti di svolgimento della professione e le relative competenze.


Negli ultimi tempi l'Associazione degli oculisti ha fatto dichiarazioni, attraverso i propri vertici, quantomeno azzardate dichiarando che gli Ottici vogliono sostituirsi agli oculisti e che gli stessi rappresentano un rischio per la salute dei cittadini. Si confondono spesso gli ottici con gli optometristi e gli ottici-optometristi. E' evidente che basterebbe favorire una regolamentazione per eliminare una situazione effettivamente confusa e totalmente disomogenea sul territorio nazionale e sicuramente per evidenziare, senza confusioni e generalizzazioni, gli effettivi abusi.

Nessun ottico o optometrista vuol sostituirsi all'oftalmologo che è un medico chirurgo specializzato nella cura e chirurgia dell'occhio. La professione dell'ottico è regolamentata fin dal 1928 (Regio Decreto Legge) e sono convinto che questa categoria voglia semplicemente continuare a svolgere la propria preziosa professione di approntamento delle correzioni ottiche. Quella dell'optometrista invece in Italia, come già detto, non ha una propria legge ma nel mondo è pienamente riconosciuta come la scienza della visione e non rappresenta una sovrapposizione di competenze come talvolta gli oculisti vogliono far credere.

Oggi infatti, a causa del sempre maggior impegno visivo, sia lavorativo che ludico, gli occhi sono sottoposti a forti carichi di lavoro e nella maggioranza dei casi gli utenti non si rivolgono allo specialista visivo per patologie ma soltanto per ottimizzare la propria funzione visiva.

Perfino una delle guide della moderna oftalmologia, il Prof. Paliaga, nel suo testo "I Vizi di Refrazione" indirizzato agli studenti di oculistica, dice nella sua introduzione "L'esame della rifrazione costituisce un fardello di cui l'oculista medio deve caricarsi più volte nella giornata. Ciò perché la grande maggioranza dei pazienti si fa visitare al solo scopo di ottenere una prescrizione di occhiali" e segue "L'esame della refrazione è poco amato, quasi sempre subito come una croce inevitabile". E questo lo scriveva nel 1971!!!

Credo che la nostra missione, come optometristi sia, oltre quella di risolvere i problemi di carattere funzionale del sistema visivo, con entusiasmo e passione (e la preparazione adeguata) anche sollevare gli oculisti da questo fardello!


Un precedente, in ambito medico, è quello dell'odontoiatra che una volta doveva essere medico chirurgo. Evidentemente qualche "illuminato" si rese conto che il percorso formativo poteva essere semplificato e diretto immediatamente sull'obiettivo del proprio lavoro con una laurea diretta. E' altresì evidente che per svolgere il lavoro di individuazione dei problemi visivi refrattivi e funzionali  non serve una laurea in medicina ma conoscenze mediche (come presente nella maggior parte delle facoltà di Optometria nel mondo) che permettano di riconoscere una condizione normale da una patologica da inviare al medico oculista.

Voglio citare anche la vicenda di S. Marino, uno stato che negli anni '80 dette corso presso l'Istituto Universitario di Optometria al corso di laurea in Optometria. Purtroppo a causa degli accordi di mutuo riconoscimento dei titoli accademici e professionali con lo stato italiano, questo rappresentò il rischio, per coloro che osteggiavano questa professione, di ritrovarsi sul territorio nazionale laureati abilitati alla professione per gli accordi stessi in vigore. Attraverso il Partito Radicale nella persona dell'onorevole Poggioli (https://dati.camera.it/ocd/aic.rdf/aic4_05759_9) fu richiesto al governo di notificare alla Repubblica di San Marino il non riconoscimento del titolo e, implicitamente (per gli accordi bilaterali di mutuo riconoscimento) "richiesta" di non rilasciare il titolo stesso.  

L'auspicio è che finalmente la medicina italiana, sicuramente all'apice per molte discipline, riconosca questa scienza che nel mondo anglosassone ha superato ormai il centenario: l'optometria.

ATTENZIONE: si ricorda che all'interno degli articoli di questo Blog vengono usati termini e concetti semplificati per un pubblico non professionale e a scopo puramente divulgativo.

mercoledì 15 gennaio 2020

COME SI SMALTISCONO LE LENTI A CONTATTO?



QUANTE NE VENGONO GETTATE ALL'ANNO?
COME DOVETE SMALTIRE LE VOSTRE LENTI?


Forse, se siete portatori di lenti a contatto, non avete mai pensato a come smaltire le vostre lenti usate. Pochi dubbi per la scatola che va buttata nella raccolta della carta, giusto? E la confezione di plastica e alluminio nel realtivo contenitore...ma le lenti? Nel contenitore dell'indifferenziata? O forse in quello della plastica? 

Le lenti a contatto sono sempre più utilizzate, ogni fornitura con un suo tempo di durata da rispettare per la salute degli occhi stessi, che possono essere a cambio mensile o giornaliero. Questo porta a scartare una nuova confezione con sempre maggiore frequenza.

In tutto il mondo si stima che 120 milioni di persone usano (e gettano) lenti a contatto, confezioni e scatoline. Nel Regno Unito ad esempio si stimano oltre 725 milioni di lenti a contatto gettate ogni anno, e proprio qui stanno nascendo pratiche per responsabilizzare gli utenti sul tema smaltimento. E altre campagne sono già state avviate negli Stati Uniti, con eccellenti risultati. La mole di lenti a contatto cresce ovunque, e quindi diventa importante iniziare a preoccuparsi del loro smaltimento alla stregua di un qualsiasi altro rifiuto.

Il Parlamento Europeo ha recentemente approvato la direttiva che vieterà dal 2021 la vendita di alcuni prodotti di plastica usa e getta. Tra questi ci sono le posate monouso, piatti, cannucce ma anche i bastoncini cotonati fatti sempre di plastica. Vi propongo una pratica guida sulla questione dello smaltimento delle lenti a contatto.

 
Ogni fornitura di lenti a contatto possiamo “scomporla” in quattro parti: le lenti a contatto, il blister, il liquido conservante, le lenti e la confezione esterna.

Confezione esterna: è il primo prodotto che dovremo gettare. E' quasi sempre in cartoncino e quindi è interamente riciclabile. La possiamo buttare nel contenitore della carta.



Blister: la confezione, che racchiude la lente ed il liquido conservante, è interamente riciclabile. Si tratta di un involucro trasparente incollato sul foglietto di alluminio, per sigillare il contenuto. La parte esterna è generalmente in plastica, quindi va smaltita tra i materiali plastici, mentre il foglietto di alluminio va gettato seguendo le indicazioni locali, che variano da centro a centro. 

Liquido di conservazione: è dentro al blister e può essere gettato anche nel lavandino, senza particolari problemi.





Lenti a contatto: l'abitudine più frequente, bruttissima abitudine, è quella di buttarle nel water o negli altri scarichi domestici. Cosa sbagliata, perché alcuni materiali di cui sono composte le rendono non biodegradabili. Vanno quindi nell'indifferenziato/generico



 
Luca Ieri
Optometry Doctor - State University of Latvia - Ministry of Welfare licence n.1169
Esperto in tecniche visuo-posturali
Tutor presso la scuola di Clinica Neuro-Visuo-Posturale - Milano
Membro Associazione Italiana Dislessia (AID)

ATTENZIONE: si ricorda che all'interno degli articoli di questo Blog vengono usati termini e concetti semplificati per un pubblico non professionale e a scopo puramente divulgativo.

martedì 14 gennaio 2020

IL COSTO AMBIENTALE DELLE LENTI A CONTATTO

Lenti a contatto recuperate dai fanghi trattati di depurazione, che potrebbero danneggiare l'ambiente. Credito: Charles Rolsky

Dal sito PHYS.ORG (articolo originale) vi propongo un articolo, dell'agosto 2018 sulla problematica dell'inquinamento provocato da un oggetto così piccolo, trasparente e apparentemente inoffensivo come le LENTI A CONTATTO.


August 19, 2018

The environmental cost of contact lenses

by American Chemical Society

Molte persone si affidano alle lenti a contatto per migliorare la propria visione ma questi dispositivi per la correzione della vista non durano per sempre - alcuni sono destinati all'uso per un solo giorno - e alla fine vengono eliminati in vari modi. Negli ultimi tempi, gli scienziati stanno segnalando che gettare queste lenti nello scarico potrebbe contribuire all'inquinamento da microplastica nei corsi d'acqua.

In questo momento i ricercatori atanno presentando i loro risultati al 256° National Meeting & Exposition dell'American Chemical Society (ACS).

L'ispirazione per questo lavoro è venuta dall'esperienza personale. "Avevo indossato occhiali e lenti a contatto per la maggior parte della mia vita adulta", dice Rolf Halden, Ph.D.. "Ma ho iniziato a chiedermi se qualcuno avesse fatto ricerche su cosa succede a queste lenti in plastica!" Il suo team aveva già lavorato alla ricerca sull'inquinamento da plastica, ed è stato un sorprendente risveglio quando non sono riusciti a trovare studi su cosa succede alle lenti a contatto dopo l'uso.

"Abbiamo iniziato a esaminare il mercato degli Stati Uniti e abbiamo condotto un sondaggio sui portatori di lenti a contatto. Abbiamo scoperto che il 15-20% dei portatori getta le lenti nel lavandino o nella toilette", afferma Charlie Rolsky, sudente del dottorato di ricerca che presenta il lavoro. Halden, Rolsky e un terzo membro del team, Varun Kelkar, sono al Center for Environmental Health Engineering del Biodesign Institute presso la Arizona State University (ASU). "Si tratta di un numero piuttosto elevato, considerando che solo negli Stati Uniti circa 45 milioni di persone indossano lenti a contatto".

Le lenti a contatto che vengono smaltite nello scarico finiscono negli impianti di trattamento delle acque reflue. Il team stima che da 6 a 10 tonnellate di lenti in plastica finiscano nelle acque reflue solo negli Stati Uniti ogni anno. Queste lenti tendono ad essere più dense dell'acqua, il che significa che affondano e ciò potrebbe in definitiva costituire una minaccia per la vita acquatica, in particolare per i pesci che vivono sui fondali, che possono ingerire le lenti a contatti, afferma Halden.

Analizzare cosa succede a questi oggetti è una sfida per diversi motivi. Innanzitutto, le lenti a contatto sono trasparenti, il che le rende difficili da osservare nel complicato ambiente di un impianto di trattamento delle acque reflue. Inoltre, le materie plastiche utilizzate nelle lenti a contatto sono diverse dagli altri rifiuti di plastica, come il polipropilene, che può essere trovato in qualsiasi cosa, dalle batterie per auto ai tessuti. Le lenti a contatto sono invece spesso realizzate con una combinazione di poli (metilmetacrilato), siliconi e fluoropolimeri per creare un materiale più morbido che consente all'ossigeno di passare attraverso la lente verso l'occhio. Pertanto, non è chiaro in che modo il trattamento delle acque reflue influisce su queste.

Queste differenze rendono difficile il trattamento delle lenti a contatto negli impianti delle acque reflue. Per aiutare ad affrontare il loro destino, durante il trattamento, i ricercatori hanno esposto cinque polimeri trovati nelle lenti a contatto di molti produttori a microrganismi anaerobici e aerobici presenti negli impianti di trattamento delle acque reflue per diversi periodi e hanno eseguito la spettroscopia Raman per analizzarli. "Abbiamo scoperto che ci sono stati notevoli cambiamenti nei legami delle lenti a contatto dopo un trattamento a lungo termine con i microbi dell'impinato", afferma Kelkar. Il team ha concluso che i microbi, nella struttura di trattamento delle acque reflue, hanno effettivamente alterato la superficie delle lenti a contatto, indebolendo i legami nei polimeri plastici.

"Quando la plastica perde parte della sua resistenza strutturale, si rompe fisicamente. Questo porta a particelle di plastica più piccole che alla fine portano alla formazione di microplastiche", afferma Kelkar. Gli organismi acquatici possono confondere le microplastiche con gli alimenti e poiché le materie plastiche sono indigeribili, ciò influisce notevolmente sul sistema digestivo degli animali marini. Questi animali fanno parte di una lunga catena alimentare. Alcuni alla fine trovano la loro strada verso l'approvvigionamento alimentare umano, il che potrebbe portare a esposizioni umane indesiderate a contaminanti e inquinanti plastici che si attaccano alle superfici della plastica.

Richiamando l'attenzione su questa ricerca unica nel suo genere, il team spera che l'industria prenda nota e almeno fornisca un'etichetta sulla confezione che descriva come smaltire correttamente le lenti a contatto, ovvero posizionandole con altri rifiuti solidi . Halden menziona: "In definitiva, speriamo che i produttori conducano ulteriori ricerche su come le lenti influenzano la vita acquatica e quanto velocemente le lenti si degradano in un ambiente marino".

Luca Ieri
Optometry Doctor - State University of Latvia - Ministry of Welfare licence n.1169
Esperto in tecniche visuo-posturali
Tutor presso la scuola di Clinica Neuro-Visuo-Posturale - Milano
Membro Associazione Italiana Dislessia (AID)

ATTENZIONE: si ricorda che all'interno degli articoli di questo Blog vengono usati termini e concetti semplificati per un pubblico non professionale e a scopo puramente divulgativo.

LE LENTI BLU PROTEGGONO REALMENTE, DA PROBLEMI DI VARIO TIPO, GLI OCCHI?

La questione sull'affaticamento, o perfino danni legati all'uso di computer e sistemi elettronici in generale, è molto dibattuto. Ne...